Chi gestisce un sito web con un chatbot alimentato da modelli linguistici come quelli di OpenAI si trova ora di fronte a un cambio normativo importante. Il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, entrato in vigore nel 2024, prevede che dal 2 agosto 2025 inizino a scattare obblighi concreti per chi utilizza sistemi di intelligenza artificiale di uso generale.
Questo significa che anche una piattaforma che integra un chatbot tramite API deve fermarsi a valutare alcune questioni: qual è il tipo di modello utilizzato, in che modo viene impiegato, se è stato modificato rispetto alla versione originale. Da qui derivano adempimenti diversi.
Nel caso in cui il sito usi il modello così com’è, senza interventi di addestramento o personalizzazione, l’obbligo principale riguarda la trasparenza. È necessario informare l’utente in modo chiaro che sta interagendo con un sistema automatico. Questo non richiede una formula solenne, ma deve essere inequivocabile. Non si tratta solo di una cortesia, ma di una regola vincolante che rientra tra quelle già esecutive a partire da agosto.
Le cose cambiano se il chatbot è stato modificato, addestrato con dati propri o progettato per svolgere compiti specifici in autonomia. In questi casi, il gestore del sito non è più un semplice utilizzatore, ma potrebbe essere considerato a tutti gli effetti un fornitore del sistema. Questa differenza è decisiva. Significa dover produrre documentazione tecnica, analisi del rischio, indicazioni sui limiti e sulle fonti dei dati. Per chi opera in settori regolati, come la sanità o il lavoro, si apre anche la possibilità che il chatbot venga classificato come sistema ad alto rischio, con obblighi aggiuntivi e un percorso di conformità più articolato.
Non si tratta di un formalismo. Il nuovo quadro prevede sanzioni fino al 7% del fatturato globale per chi non rispetta le prescrizioni. Più che un’allerta, è un invito a dotarsi in tempi brevi di una mappa precisa dei sistemi AI utilizzati e delle loro caratteristiche. Anche perché non tutti gli obblighi partono subito: le scadenze sono scaglionate, ma il 2 agosto rappresenta una prima soglia significativa.
Per i siti che usano chatbot, la priorità ora è chiarire il proprio ruolo. Non basta sapere che si usa un servizio di terzi: bisogna capire se e quanto si incide sul funzionamento del modello. Da questa analisi dipende il grado di responsabilità. Una dichiarazione all’utente, la gestione delle risposte automatiche, la possibilità di rifiutare l’uso del chatbot in certi contesti sono misure semplici ma efficaci. E possono fare la differenza tra un sito conforme e uno esposto al rischio sanzionatorio.
Chi gestisce la presenza online di un’azienda o di un servizio pubblico dovrebbe cominciare subito a lavorare su questi aspetti.