La Corte Europea di giustizia si è pronunciata sul “diritto all’oblio” di ogni utente, intimando il diritto alla rimozione dei dati personali “inappropriati, irrilevanti o datati” presenti nei risultati di ricerca di Google. Adesso che il motore di ricerca ha messo a disposizione, online, un modulo per il “diritto all’oblio” sono fioccate migliaia di richieste di rimozione da parte dei cittadini europei. Ma ciò che fa più riflettere i tecnici più competenti in materia è che, probabilmente, il grande scalpore della sentenza e la conseguente enorme mobilitazione di internauti in cerca dell’ “oblio” potrebbe essere vanificato da un problema che sembra palese. Google, infatti, si atterrà alla sentenza europea evitando di rimuovere i link dei dati personali dalla propria versione Usa. Ciò aggirerebbe la sentenza, poiché tutti i link cancellati in Europa rimarrebbero in memoria negli Stati Uniti.
Sui social network diversi utenti hanno avanzato le loro rimostranze nei confronti di Google. Il dilemma in questo caso lo rende palese Mark Zuckerberg, sottolineando come gli stessi iscritti a facebook, ad esempio, abdicano alla loro privacy, nel momento in cui si iscrivono sul suo social network, firmando l’assenso alla condivisione di ogni informazione privata.
La sentenza della Corte di giustizia europea, inoltre, prevede un limite alle rimozioni, in essa è presente un passaggio in cui si chiede di non rimuovere le informazioni più importanti che riguardino i politici. Addirittura in un intervista al financial times, Larry Page il Ceo di Google ha anche avanzato una possibilità di autonomia di Google nel rispedire al mittente la richiesta di rimozione se i dati da eliminare risultino di “pubblico interesse”. Page si è esposto in prima persona mettendo online persino i dati del suo patrimonio genetico, sottolineando come queste informazioni private possano servire alla ricerca o magari anche per salvare delle vite.